Chip 5G ed AI, tecnologia cercasi per l’Europa. Anche le case automobilistiche risentono della carenza

I chip sono il valore aggiunto del mondo attuale, anche sulle automobili. L'Europa non li produce ma vuole farlo, con un forte aiuto esterno. Ci riuscirà? E quando?

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Non ci sono solo le batterie come elemento critico nella produzione di un’auto elettrica: le case automobilistiche sono infatti alle prese con la carenza di semiconduttori, sia nello sviluppo, sia nella produzione, questa volta estesa a tutta la gamma di auto, termiche e non. Ci vogliono al più presto una o più chip foundry. Ed ecco la soluzione prospettata nel Vecchio Continente.

L’Unione Europea sta valutando l’acquisto di tecnologia da colossi orientali per la realizzazione di una fabbrica di chip in Europa. Questa silicon foundry sarebbe realizzata per diminuire la dipendenza dell’Europa da produzione e soprattutto progetti di provenienza estera. Al momento sarebbero stati avviati dialoghi con la taiwanese TSMC e la coreana Samsung, ma in sé non sarebbe sbagliato ascoltare anche qualche produttore statunitense, a partire dalla Qualcomm del bergamasco Andrea Viterbi.

Anche questo dossier sarà gestito almeno in parte dal vulcanico commissario europeo per l’industria Thierry Breton. Secondo European Automotive News si valuta sia un impianto da zero, sia il ri-sviluppo di una fonderia esistente.

Microelettronica italiana?

Difficilmente all’Italia verrà più delle briciole come già visto per le batterie e l’idrogeno, almeno in prima battuta (impianti), sperando di recuperare successivamente in termini di filiera. Va detto che anche in Italia abbiamo aziende del settore: tutti parlano della consolidata italo-francese STM, ma esistono anche altre realtà come la LFoundry. Nella trentennale storia dei semiconduttori di Avezzano (sorpresi?), nel 2019 l’azienda è rimbalzata da una proprietà cinese all’altra, passando dalla Smic alla Wuxi Xichanweixin.

Più in generale, è evidente che l’Europa non sa essere all’avanguardia per produzione e innovazione contemporaneamente. Le poche soluzioni del Vecchio Continente non sono mai state sufficienti nella fase di progettazione e non hanno quasi mai prodotto in scala sufficiente. I piani Marshall dell’UE per i semiconduttori hanno sempre fatto ridere i polli, ed oggi senza chip per 5G, automotive ed intelligenza artificiale si resta relegati a posizioni subalterne nell’economia mondiale.

Il problema è nel green ramp-up

Ma che comporta la realizzazione di una nuova fabbrica di chip? Che se partissimo oggi, se ne riparlerebbe verso il 2025, almeno seguendo l’ultimo annuncio di Samsung, che parla di una nuova fabbrica in territorio statunitense da attivare nel tardo 2023. Bisogna aggiungere qualche mese di trattative e qualche anno di arzigogoli durante la realizzazione, che dovrebbe fare i conti con il green deal.

Prima del 2025, quindi, non si avvierebbe la prima produzione e prima del 2026 non si andrebbe in ramp-up, ovvero non si avrebbe una produzione significativa. Gli obiettivi “verdi” dell’Europa porteranno a tempi più lunghi e minore competitività mondiale nel breve termine, da compensare con una crescita del mercato interno e con i vantaggi a lunghi portati da una più ampia visione, se avesse successo. Chip europei sarebbero essenziali anche per la nuova industria satellitare ed aerospaziale, che vedrà grandi investimenti nei prossimi decenni anche in Italia.

Considerando che anche per batterie e idrogeno il primo vero check point sarà nel 2030, i tempi ci sarebbero anche. Sempre ammesso che il 2030 sia un limite valido per competere davvero, almeno sui nostri territori.

Serve una politica di filiera

C’è da farsi almeno altre due domande. Quanto l’acquisto di tecnologie dall’Estremo Oriente, per quanto non direttamente cinesi, ci liberi dalla dipendenza non è dato sapere, poiché tra progettazione e prime produzioni si tratta di almeno una quindicina d’anni di dipendenza diretta.

Bisogna poi vedere cosa farebbe l’UE per la filiera relativa: una foundry ha centinaia di processi in costante aggiornamento con fisica applicata, macchinari che costano milioni di euro l’uno e che hanno bisogno di una loro componentistica, approvvigionamento di materiali e via di seguito.

Leo Sorge, autore di From Dust to the MicroProcessor e The Accidental Engineer.

Immagine di apertura da Cpu Artworks.


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