Un libro-denuncia vuole stroncare l’immagine ecologica delle auto elettriche

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Il trionfalismo di quelli che vedono tutto “verde” è almeno pari alle crociate di quelli che invece pensano sia tutta un’illusione orchestrata per motivi economici. Ecco il caso del libro Green Illusion, che vuole mettere in evidenza anche i falsi miti legati all’auto elettrica, peccando forse nella visione futura del progresso tecnologico a cui stiamo assistendo

La voce di chi pensa che forse le auto elettriche non siano davvero la soluzione ai problemi di inquinamento ed effetto serra del nostro pianeta si fa sentire sempre più spesso. Sia a livello politico sia a livello mediatico, non mancano le voci fuori dal coro e i detrattori della green economy e di conseguenza delle auto green.

E’ ora la volta di Ozzie Zehner, studente dell’Università del Nebraska che ha addirittura scritto un libro, Green Illusions, per esporre le proprie tesi sul tema generale delle leggende che talora circondano le presunte tecnologie “green”, fra cui quelle relative alle auto ecologiche.

Lo scrittore sostiene che il danno ambientale derivante dai veicoli elettrici è pari o leggermente superiore a quello delle tradizionali auto a benzina. In parte a causa della batteria e in parte per i costi generali di costruzione di un veicolo elettrico: sono richiesti molte sostanze come terre rare e metalli alcalini non richiesti dalle auto normali; pertanto si deve tenere conto dell’impatto ambientale ed economico della estrazione di questi minerali.

E, in effetti, che la loro estrazione non avvenga a costo zero (nè economico nè ambientale) è innegabile. Si pensi solo al Litio, elemento chiave nella produzione delle batterie più avanzate oggi disponibili; ebbene il Litio è diffusissimo in natura, anche troppo, perchè per essere estraibile economicamente sarebbe meglio che fosse concentrato. Invece è presente, estremamente diluito, sia nell’acqua di mare (circa 0,2 parti per milione), sia in tracce in quasi tutti i tipi di rocce della crosta terrestre (circa 20 parti per milione). Distillarlo costerebbe enormi quantità di energia (e quindi emissioni).
Non esistono “miniere di Litio”, ma proprio per la sua presenza in diluizione nell’acqua, lo si può raccogliere come sedimento nei fondi dei laghi salati, veri e propri bacini di distillazione naturali che hanno lavorato per noi per milioni di anni; in particolare, quelli del Cile e della Bolivia sono attualmente le riserve note ed economicamente sfruttabili più importanti, contenenti circa 12 milioni di tonnellate del minerale.

Sicuramente sono sufficienti per produrre un gran numero di batterie, ma (come ci si aspetta avvenga per il petrolio) il costo di estrazione aumenterà con il progressivo sfruttamento dei depositi, diventando proibitivo assai prima dell’effettivo esaurimento. Molto prima di allora l’ambiente naturale di questi laghi salati verrà devastato dagli scavi, mentre i macchinari impiegati evidentemente emetteranno CO2 per funzionare, una CO2 che deve essere messa in conto quando si tirano le somme dell’impatto ambientale di una vettura elettrica. Nel frattempo, dato l’interesse economico per il Litio, i geologi si sono impegnati nella ricerca di nuove riserve, trovandone, pare, in Afghanistan. Sempre che le prime indicazioni vengano confermate, viene da chiedersi se ciò rappresenterebbe una fortuna o una iattura per gli abitanti di quel Paese.

Ancora: se l’energia elettrica utilizzata per ricaricare le batterie dell’auto elettrica è prodotta in larga misura (come avviene in Italia) bruciando combustibili fossili nelle centrali termoelettriche, allora, ogni volta che attacchiamo la spina nel box per la ricarica notturna concorriamo a provocare delle emissioni di CO2 che pur avvenendo lontano dalle città vanno comunque ad incrementare l’effetto serra globale. Solo se tale elettricità fosse prodotta da fonti rinnovabili o eventualmente da energia nucleare si eviterebbero tali emissioni.

Zehner ricorda uno studio del 2010 condotto dall’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti, con cui si concluse che tutto sommato, produrre auto elettriche richiede il 20% di energia in più (e quindi il 20% di emissioni in più) rispetto alle tradizionali. Lo stesso studio, però, ammetteva anche che la tecnologia anche produttiva delle elettriche evolve rapidamente, migliorando progressivamente la situazione.

Ma quindi il libro ha davvero ragione e stiamo vivendo una “illusione verde”? Occorrono obiettività ed equilibrio. Se anche l’auto elettrica, tenuto conto di tutti i fattori poco evidenti connessi con la filiera produttiva, non abbassasse minimamente le emissioni di CO2 e polveri, ma almeno le spostasse fuori dalle città, in luoghi controllati come le centrali, e non proprio in mezzo alla gente, sarebbe già un successo.

Anche perchè gli interventi tecnologici “concentrati” per la riduzione delle emissioni (ad esempio con il sequestro geologico della CO2) oppure per l’abbattimento veramente efficace delle polveri fini (con filtri ultrasofisticati) oppure per l’aumento dell’efficienza energetica (fino al 60% per una centrale turbogas a ciclo combinato, massimo 30% per un motore a combustione interna) sono molto più facili da realizzare efficacemente in poche grandi centrali che in milioni di piccoli veicoli. Si pensi poi ai metalli pregiati necessari per produrre un catalizzatore: platino, cerio, palladio, rodio, iridio,… ce n’è uno su ogni singola auto a combustibili fossili e va smaltito quando l’auto viene rottamata.

Inoltre, anche se è vero che ad oggi i motori elettrici sono alimentati da batterie al Litio o al Nickel-Idruri metallici, in futuro potrebbero essere alimentati da array di supercondensatori realizzati con comunissimo silicio o nanotubi di carbonio: elementi talmente diffusi e facili da estrarre da eliminare o quasi il problema ambientale nella filiera produttiva.

Le crociate contro le elettriche sono sbagliate non meno dei trionfalismi dei loro fans, anche se a nostro avviso resta certo che il progresso tecnologico, nel lungo termine, gioca a favore dell’auto elettrica e non dell’auto termica.

Il sito dedicato al libro si trova a questo link

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